Love, The Hardest Way
- Perché la via più facile non è quasi mai la migliore -
L'amore. Ah, l'amore. Non quello "canonico", tra uomo e donna, donna e donna, uomo e uomo, insomma, quello di coppia. Parlo proprio di quello universale, di quello per tutte le cose del creato.
Quanto è difficile amare il prossimo? Non parlo in senso cristiano "porgi l'altra guancia, se ti danno uno schiaffo tu fatti dare pure due calci nel culo", parlo di quello che ti fa accettare le persone per quello che sono.
Da outsider della vita, quasi mai mi sono sentita completamente accettata da nessuno, ad eccezione forse di mio padre. Ma lui, purtroppo, non c'è più ed io avevo perso il mio unico vero supporto in questa vita. Fino ad ora. Adesso, probabilmente devo aver ripulito parecchio il mio karma, perché la sorte mi ha mandato una persona (sotto forma di splendida donna) che sento di conoscere da numerose vite e che sembra comprendermi, accettarmi e volermi bene esattamente come sono. Nei giorni bui che hanno seguito la mia separazione da "lui" è stata la persona che mi è stata più vicina. Fisicamente e non.
L'unica persona che si è resa conto dell'enormità del mio dolore, l'unica ad aver colto, anche nei miei post, quanto ci fosse di inespresso, perché troppo grande per essere articolato in parole.
Noi ridiamo, noi ascoltiamo musica (e l'ho appena convertita agli HIM, con mia grande soddisfazione), noi beviamo birra in macchina. E siamo spesso sull'orlo delle lacrime assieme, con la consapevolezza che se una delle due dovesse crollare, l'altra sarebbe lì a tirare fuori un fazzoletto e un abbraccio. Non sempre sono lacrime dovute a una relazione difficile oppure ai problemi quotidiani.
Semplicemente, siamo tremendamente simili e sentiamo le cose nello stesso modo, in maniera amplificata rispetto a tante altre persone. Ed entrambe ci rammarichiamo per quanto poco amore avvertiamo tra la gente.
Quell'amore fatto di gesti gentili, di sorrisi agli sconosciuti, di carezze ai cani.
Semplicemente, di ammirare la bellezza di quello che abbiamo attorno.
Apprezzare il fatto che il sole splenda, che ci sia il mare, con le sue onde infaticabili, simbolo per eccellenza della perseveranza umana. Cercare il buono nelle persone, sempre e comunque, nonostante il parere contrario di qualcuno convinto che le persone spesso siano solo delle merde.
Ecco, il giudicare le persone delle merde è una cosa che non andrebbe fatta. Semplicemente perché ogni anima ha la sua storia, il suo percorso, le sue ferite e noi non possiamo esserne a conoscenza.
Mi rendo conto di quanto difficile sia perdonare chi ci fa del male, più o meno volontariamente. Per me lo è stato sempre, anche adesso devo sempre compiere uno sforzo enorme nel farlo. E forse il discorso non è neanche nel perdonare in se'. Il punto potrebbe essere nel non restare attaccati a quel dolore.
Il dolore ci cambia, quasi mai in meglio se non impariamo a lasciarlo andare. Continuare a rimuginare sui torti subiti non ci fa vivere meglio, ci rende rancorosi, sospettosi, chiusi alla bellezza della vita. Chiusi alle persone che vorrebbero esserci vicine.
Sì, lo so, è molto più facile, in questo modo. Siamo totalmente presi dal nostro ruolo di incompresi, di vittime sacrificali, proprio perché in questo modo non siamo costretti a guardare dentro di noi e vedere le nostre magagne. Attribuire a chi ci circonda la responsabilità della nostra infelicità è il modo migliore per non lavorare su se stessi, per non vedere che ci sono degli angoli bui, nel nostro cuore, che hanno bisogno, forse, solo di essere un po' più coccolati.
Prima di lamentarci di non essere amati, proviamo a pensare che potremmo essere noi a non essere disposti a metterci in gioco. Prima di pensare di essere respinti, domandiamoci se per caso non siamo noi, in primis, ad alzare muri per tenere gli altri fuori.
Rapportarsi agli altri include una certa dose di rischio, se si sceglie di mettere in gioco il proprio cuore, ne sono consapevole.
Ma quanto rischiamo se non lo facciamo? Non andiamo incontro a rapporti superficiali, di circostanza, fatti solo di baratti di attenzioni?
Davvero non siamo abbastanza forti da rischiare di essere feriti, pur di vivere rapporti autentici con le persone che amiamo? Davvero abbiamo bisogno di ricevere, di scambiare, di possedere? La sola capacità di amare davvero una persona non dovrebbe essere semplicemente un dono che riceviamo?
Soprattutto, siamo in grado di amare noi stessi come esseri completi, con le nostre luci e ombre, perfettamente imperfetti e in grado di non essere "dipendenti" dagli altri?
Possiamo fare in modo che i nostri rapporti siano una scelta consapevole e non una scelta obbligata, dettata dal fatto di sentirci incompleti e vuoti?
Molti gli interrogativi, in questo pigro sabato pomeriggio.
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